2.1 Educazione coinvolgente

Quadro teorico: Apprendimento attivo

Cosa significa apprendimento attivo?

L’apprendimento attivo è un approccio in cui gli studenti partecipano al processo di apprendimento costruendo conoscenza e comprensione.

L’apprendimento attivo è preferito alle forme passive di apprendimento, come la lettura, la scrittura e il calcolo, tipiche delle scuole comuni.

Per gli studenti l’apprendimento attivo significa dare un senso alle nuove informazioni e idee, creare collegamenti con le conoscenze esistenti, in modo da poter elaborare e poi comprendere il nuovo materiale. La creazione di senso è un processo attivo che può avvenire durante un’ampia gamma di attività di apprendimento. Si può contrapporre a un approccio passivo all’apprendimento in cui l’insegnante parla principalmente “agli” studenti e presume semplicemente che questi ultimi capiranno il senso di ciò che viene detto senza bisogno di controllare.

L’apprendimento attivo richiede agli studenti di pensare intensamente e di esercitarsi nell’uso di nuove conoscenze e abilità per sviluppare un ricordo a lungo termine e una comprensione più profonda. Questa comprensione più approfondita consentirà agli studenti di collegare tra loro idee diverse e di pensare in modo creativo, una volta acquisita la base di conoscenze iniziale.

Qual è la teoria alla base dell’apprendimento attivo?

L’apprendimento attivo si basa sulla teoria dell’apprendimento chiamata costruttivismo – che hai già visto nella sezione 1-, che sottolinea il fatto che gli studenti costruiscono o costruiscono la loro comprensione.

L’apprendimento attivo si basa anche sulla teoria del costruttivismo sociale , secondo la quale l’apprendimento avviene principalmente attraverso l’interazione sociale con gli altri, come l’insegnante o i coetanei dello studente. Un importante costruttivista sociale, Lev Vygotsky (1896-1934), ha descritto la zona di sviluppo prossimale (ZPD). Questa è l’area in cui si dovrebbero concentrare le attività di apprendimento, a metà strada tra ciò che l’allievo può raggiungere autonomamente e ciò che può raggiungere con la guida di un esperto.

John Dewey e l’apprendimento incentrato sull’esperienza

Uno dei principali pensatori e teorici dell’apprendimento attivo è John Dewey (1859 – 1952), filosofo americano che vuole recuperare la vecchia forma di apprendimento basata sull’esperienza diretta di lavoro(learning by doing) e anche sull’atmosfera e gli interessi della comunità familiare.

Secondo Dewey, la scuola dovrebbe essere un’autentica forma di vita comunitaria attiva e non un luogo isolato dove si imparano lezioni. Dewey introdusse nella scuola il lavoro di formazione al posto della disciplina coercitiva, al fine di costruire una nuova società democratica. Quindi, non più educazione attraverso i libri, assimilazione di nozioni e comportamenti imposti, ma rivalutazione dell’esperienza attiva come veicolo di autodisciplina e apprendimento diretto.

Al centro del processo di formazione c’è l’ambiente di apprendimento e, soprattutto, l’esperienza. Il saggio più importante di Dewey è, infatti, Esperienza ed educazione (1938).

Dewey ritiene che il processo formativo consista principalmente in esperienze ambientali attive, e non in qualsiasi tipo di esperienza. La guida dell’adulto o dell’insegnante è necessaria: spetta all’educatore scoprire in quale direzione si sta muovendo l’esperienza.

Quindi, con l’approccio dell’apprendimento attivo, gli studenti si impegnano attivamente nell’apprendimento e si avvicinano all’apprendimento in modo riflessivo e ponderato, invece di essere semplicemente destinatari passivi delle informazioni che vengono loro fornite.

Una delle affermazioni più note di Dewey è: “L’educazione non è la preparazione alla vita futura; l’educazione è già la vita presente: ai bambini e ai giovani dovrebbe essere data l’opportunità non di essere aspiranti alla vita sociale, ma già di esserne parte attiva.”

Per questo motivo, l’ambiente scolastico deve essere semplificato, depurato dalle influenze negative, armonizzato con le possibilità effettive e reali degli studenti e con la necessità di riprodurre le forme comunitarie tipiche della società esterna alla scuola. Questo è l’unico modo per incoraggiare la partecipazione degli studenti.

L’apprendimento attivo coinvolge il più possibile gli studenti nel loro stesso apprendimento, concentrandosi sul loro apprendimento piuttosto che sull’insegnamento, svolgendo attività durante le lezioni che sfidano gli studenti a sviluppare, pensare e applicare le idee.

Ma qual è lo scopo dell’educazione? Nessuno, al di fuori dell’Educazione stessa: “L’educazione deve essere percepita come una continua rivalutazione dell’esperienza: il processo e lo scopo dell’educazione sono la stessa cosa.

L’apprendimento attivo non consiste semplicemente nel divertirsi. Si tratta di spingere gli studenti a pensare e a pensare intensamente e questo genere di cose, la sfida, lo rende motivante e divertente.

Due principi sono alla base dell’Educazione Attiva di Dewey: l’attività e l’interesse.

Nell’interazione, o meglio nell’esperienza di apprendimento, anche il discente deve essere attivo, vivo e interessato. Nella teoria di Dewey il concetto di interesse, che è strettamente legato al termine attività, è al centro.

Nel suo saggio intitolato Interest and effort in education (1896), secondo Dewey il vero interesse è il legame attivo tra un oggetto o un’azione e il sé. Questo legame motiva l’inizio dell’apprendimento, ma soprattutto sostiene l’intero processo di apprendimento e rende possibili nuove intuizioni e connessioni inaspettate.

Lo sforzo, invece, nasce dall’interesse: siamo aperti a uno sforzo anche intenso proprio quando siamo più interessati, quindi facciamo del nostro meglio e, in questo modo, impariamo di più. Inoltre, l’interesse attivo sostiene le interazioni con l’ambiente in modo cooperativo con i coetanei, perché la maggior parte delle attività “interessanti” si svolgono meglio attraverso il lavoro di gruppo, perché l’unione delle forze amplifica e intensifica le interazioni e, soprattutto, perché tutte le attività di gruppo sono essenziali per trasformare la vita scolastica in una “vera forma attiva di comunità”.

Le attività sono anche i “centri di articolazione” dell’apprendimento, nel senso che in ogni attività – anche in quelle apparentemente banali – troviamo un principio direttivo, un progetto e una gradualità. Questi elementi coinvolgono un bambino anche in modo creativo, non meno di quanto un’attività nuova e complessa possa coinvolgere un adulto. Data la sua importanza sociale, l’attività diventa anche il punto comune della crescita di tutti gli studenti.

Esempio pratico: Il laboratorio di Bruno Munari “Giocare con l’arte”.

Vogliamo prendere in considerazione i laboratori “Giocare con l’arte”, ideati dal designer italiano Bruno Munari, famoso in tutto il mondo. Pensiamo che questi laboratori possano essere considerati un’interessante esperienza di apprendimento attivo e un processo educativo coinvolgente.

Bruno Munari pone al centro di questi laboratori il processo di autoapprendimento attraverso il gioco, affermando un approccio incentrato sul fare.

Bruno Munari era solito citare la massima di Confucio: “Se sento dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”. I laboratori “Gioca con l’arte” sono stati un’espressione diretta di questa massima.

La proposta originale dell’artista consisteva nel promuovere, nei bambini in età scolare, l’esplorazione attiva di varie tecniche di espressione e comunicazione artistica, per poter provare tutte le diverse sensazioni che questa esperienza regala loro, senza seguire alcuna linea guida precedentemente preparata, o con l’obiettivo di realizzare una precisa opera d’arte.

“L’arte è qualcosa che emerge dal cervello, ma lo sviluppo fisico può essere fatto con qualsiasi mezzo” come citato da Bruno Munari in Design e comunicazione visiva (Laterza 1968, p. 70), guidando l’artista, l’insegnante o chiunque sia curioso, a esplorare aree sconosciute della tecnica e dei materiali e rimanendo consapevole del fatto che si può sperimentare l’arte ma non la si può insegnare. “L’arte c’è o non c’è. È come spiegare cos’è lo Zen”. (op.cit., p10)

Il primo laboratorio è stato avviato a Milano, nel 1977, presso la Pinacoteca di Brera. Munari ha detto: “Ciò che rende questo workshop diverso da tutti gli altri è il metodo”. Non un semplice “parcheggio”, dove i bambini possono giocare con pennelli e tecniche pittoriche, liberi di fare ciò che vogliono guardando i quadri esposti nel museo.

Bruno Munari ha pensato che non dobbiamo parlare di arte visiva, ma dobbiamo coinvolgere i bambini a fare arte visiva.

Nel laboratorio di Munari i bambini sono stati incoraggiati a “giocare con l’arte visiva”, a sperimentare le tecniche di pittura, trasformate in giochi. I bambini imparano giocando.

La massima di apprendimento di Munari era: “Non dire cosa si deve fare, ma dire come si fa”.

Il laboratorio è stato quindi un luogo di creatività e conoscenza, di sperimentazione, di scoperta e di autoapprendimento attraverso il gioco.

Dal nostro punto di vista, ispirarsi al metodo di Bruno Munari è un modo per concentrare l’intenzionalità pedagogica sulla cura della dimensione estetica e coinvolgente dell’esperienza educativa.